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La dedizione, la precisione sul lavoro, la presenza di
tante birrerie, il culto di madre natura:
tutti aspetti presenti
nei cromosomi del bavarese tipico.
Torrebelvicino
nel cuore del futuro
I
Cibri erano un popolo di origine bavarese che
lasciò il suo segno nella vita medioevale
delle Prealpi altovicentine. Furono ad Asiago,
già intorno all’anno Mille, furono poi anche nella Val Leogra. Prima di
loro, in epoca protostorica c’erano stati i Reti e successivamente i
Veneto-Romani. Sapere ciò è servito ad una equipe di medici, che ha
studiato i motivi per cui nelle strette valli sotto al Pasubio la gente è
più soggetta ai disturbi del cuore. "Pur con una diversa origine
storica, la popolazione della Valleogra rappresenta tuttora un raro esempio
di gruppo etnico omogeneo, legato all’insediamento in una valle chiusa,
con fenomeni migratori assenti per secoli e con una propria identità
genetica e culturale" si legge nel fascicolo sulla prevenzione alle
malattie cardiovascolari, disponibile nei Municipi di Valli del Pasubio e Torrebelvicino.
Lo studio, utile a medici e pazienti, ci fa
venire in mente la dedizione, la precisione sul
lavoro, la presenza di tante birrerie, il culto
di madre natura: tutti aspetti presenti nei cromosomi del bavarese tipico.
Ma la Baviera ha sconfinate foreste di aghifoglie, a Torrebelvicino e Pieve
ci sono i Monti d’Oro, leggendari per il
colore dei ruscelli sulle pietre gialle, c’è Monte Enna con le sue
latifoglie, c’è il Leogra trasparente, che luccica nelle rogge, lungo i
lavatoi. Insomma questa terra nella stretta valle, la torre non ce l’ha
più, ma è vicina a bellezze selvagge e prati dove i bavaresi di certo
pascolavano le loro mandrie. Vicus, borgo vicino alla torre, il nome del
paese evoca qualcosa che non si vede, ma forse è proprio celato, dentro
alle persone, il meglio della storia. Turritani gente di cuore, che mette l’anima
nel lavoro perchè l’impresa per piccola che sia, ci tengono che rispecchi
la voglia di far bene. A Torrebelvicino e a Pievebelvicino ci sono aziende
dal volto umano, che lavorano per terzi e altre che producono artigianato di
qualità. Non sono molte, ma stanno lì quasi per eroismo, rinate dopo l’abbandono,
per merito di chi crede in questa dura, ombrosa terra. E’ una fabbrica
alta in piccolo, la Lanerossi di Pieve, nata nel 1872. E’ oggi come un
castello, meglio della torre longobarda abbattuta, simbolo dell’orgoglio
di andare avanti, nonostante la dura storia della fuga verso Schio degli anni
Sessanta. Il restauro della fabbrica lungo il
Leogra a Pieve è un monito a prepararsi alla grande festa, quando fra tre
anni circa ci sarà la variante alla Statale 46, proprio lungo il torrente.
La fabbrica sarà ancor più utilizzata per uffici e altro lavoro, tutti i
suoi spazi originali valorizzati. A Torre ci sarà una nuova piazza,
lastricata al naturale, con negozi e passeggio. Il semaforo non obbligherà
più il transito alternato, nell’attuale piccolo centrostorico. A Vicenza,
in uno studio di esperti, ci sono le foto di tutte le case antiche del
borgo, censite, che verranno recuperate. Nessuna contrada verrà disturbata,
nè tantomeno alterata, per la nuova strada che toglierà a Torrre il brutto
aspetto di strettoia. Parola di sindaco Pietro Maria Collareda, a Torre e
Pieve si è già cominciato con gli espropri, per la variante, coi lavori
della nuova ala del municipio, e delle piazze, e matura l’idea di
sgombrare la parte alta del paese dai capannoni. E tra l’asilo, la
biblioteca, il circolo degli Alpini (restaurato con ammirevole rispetto), e
la Chiesa di San Lorenzo ci sarà la gente felice e fiera, non più solo
auto in corsa verso gli schei. Il bello è anche oggi, ammirare gli
affreschi della Pieve, la chiesa madre di tutte le valli, la più antica, la
prima, costruita su un piccolo tempio a Diana. Lì accanto c’è la
canonica. Una bella nonna, Anna, mi dice che vi ha abitato trenta anni e che
se la buttano giù lei viene e ci spara...
Da
sotto il campanile del Quattrocento, si può salire a destra, verso i ruderi
del castello, lasciando la via più antica di Val Mercanti e Borgo Furo. E
in cima, dalla croce, si vede Schio e Pieve. Per andar
su ci sono 400 passi, come mi dice un elegante anziano signore col suo cane,
nel boschetto, presso la "casa scura", contrada abbandonata
ricoperta di edera. Dall’altra parte della valle, fa la parte della perla
rara la radiosa Enna, con contrade che rivivono, sia pure come seconde case.
Architetti, amatori del bello originario, recuperano un pò qui un pò là.
Ci vorrebbe un bel muretto accanto alla chiesa di Enna, invece del
guardrail, per fermarsi a contemplare le piccole Dolomiti, il "Carega",
Staro lassù a destra. Di notte, con la luna piena l’inverno fa del
Pasubio bianco una visione imparreggiabile, con la lucina dell’Ossario che
indica la via. Otre i monti fosforescenti c’è
il Trentino, ma la ricchezza è di qua, nel lavoro di chi ha fede, nell’acqua
che scorre accompagna il progresso.
Carla
Urban
tratto dalla rivista Marco Polo - mese di gennaio 2003 -
edita dalla Tipografia Arti Grafiche di Torrebelvicino. |