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La storia

Dopo la resa dell' 8 settembre 1943, uomini di varia estrazione sociale
sentono il dovere di non scendere a compromessi con il fascismo. Si
riuniscono così, verso la fine di Settembre, presso la frazione di Enna in
località Masetto e cominciano ad organizzare una pattuglia per
l'opposizione armata,e nel contempo viene costituito il primo comitato
territoriale di liberazione per Torrebelvicino e Pievebelvicino.
Successivamente la pattuglia si unisce alle altre sorte nella vallata
formando così il battaglione "Apolloni" che, assieme ad altri quali
"Ismene", "Barbieri", "Ramina", "Territoriali F.lli Bandiera" rientrano
nella divisione Val Leogra facente parte del gruppo "Divisioni Ateo
Garemi".
Mentre i battaglioni "Apolloni", "Ismene", "Barbieri", "Ramina" erano
combattenti nella zona montana, il
il "F.lli Bandiera" riuniva cittadini non armati che svolgevano
le loro normali attività nell' industria, nell'artigianato e
nell'agricoltura: il loro compito era di supporto ai battaglioni in armi
nella fornitura di cibo, vestiario e informazioni sul nemico.
Importante ruolo ebbero le figure femminili della resistenza, usate
come staffette per i collegamenti tra pianura e formazioni operanti in
montagna.
Ad un mese dalla formazione della pattuglia di Masetto, quella
"sbranca de tusi" , subisce il primo rastrellamento, non potendo
affrontare il nemico per la scarsità di mezzi devono ripiegare in alta
montagna tra crepacci e cenge del monte Novegno.
Nelle freddi notti tra il 1943 ed il 1944, si dedicano
all'organizzazione e al rifornimento di armi con colpi di mano contro
gruppi fascisti e tedeschi. Nei primi giorni dell'Aprile 1944, la
pattuglia riceve l'ordine di spostarsi sull'Altopiano di Asiago per il
recupero di armi e viveri paracadutati da aerei alleati. Il recupero
riesce, nonostante la zona nonostante sia presidiata dal nemico.
Durante la verifica e l'apprendimento delle armi, da un parabellum
parte un colpo ferendo al ventre il partigiano Furia (Conzato
Tarcisio, 1921). Furia, preso in consegna dei territoriali della
zona, viene trasportato all'Istituto Ortopedico di Mezzaselva e
sottoposto ad intervento chirurgico. Localizzato dalle milizie fasciste
viene torturato per carpire notizie riguardanti le forze partigiane.
Furia non parla, e muore il 7 Aprile 1944.
A distanza di 13 giorni la pattuglia viene segnata da un'altra
sventura: Il capo-pattuglia Ivan (Scorzato Dusolino, 1923), uno fra i
primi ad organizzare le forze partigiane, durante un addestramento con i
nuovi compagni venuti ad ingrossare le file della resistenza, rimane
ferito. Si tenta di cercare assistenza a Torrebelvicino ma risulta
difficile passare inosservati. Si pensa allora di trasportare il ferito a
valle ma di fronte alla gravità della ferità il medico non può fare
nulla. Viene quindi trasportato all'Ospedale di Schio, dove muore il 20
Aprile 1944.
E' il mese successivo che il valoroso capo-pattuglia Traingher (Stella
Stefano, 1923) riceve l'ordine di spostarsi da Rovegliana a Recoaro per
organizzare azioni di sabotaggio. Durante lo spostamento in località Staro
cade in un'imboscata; due partigiani di Valli del Pasubio cadono colpiti a
morte mentre Traingher rimane gravemente ferito. Con impavida volontà
riesce a far ritorno al comando di partenza, dove si provvede al suo
trasporto all'Ospedale di Schio, dove si spegnerà il 9 Maggio 1944.
E' in questo periodo che Manfron Gino (classe 1920), militare in Grecia,
dopo l'8 Settembre si arruola con i partigiani ellenici, combattendo
assieme a loro contro il dominio nazi-fascista. In uno dei molteplici
scontri, viene colpito a morte il 17 maggio 1944.
Nel giugno del 1944, il partigiano Cucciolo (Salvatore Papalardo, 1915)
scende a Torrebelvicino, ma, intercettato dai fascisti, viene fatto
prigioniero. Condotto al comando tedesco di Marano Vicentino viene
torturato a morte. Il suo corpo viene ritrovato a Cà Trenta, straziato dai
morsi dei cani lupo assieme ad altri tre combattenti. La sua morte si
suppone sia avvenuta il 22 Giugno 1944.
Nell'agosto 1944 la folta vegetazione, permette spostamenti repentini tra
una zona e l'altra dei nostri monti. Dopo il rientro da un'azione
sull'Altipiano di Asiago, il capo-pattuglia ordina al partigiano Pipa
(Cicchellero Florindo, 1922) di scendere a Caltrano per ricevere
informazioni da una staffetta. Il contatto avviene ma durante il rientro
viene individuato e ne scaturisce una sparatoria; nel tentativo di fuga
viene ferito ma riesce a raggiungere la contrada di Sandonato di Caltrano
dove, stremato si accascia al limite del bosco: soccorso da una donna del
posto, e sentendosi vicino alla morte, chiede alla soccorritrice di
nascondere il suo corpo. E' il 5 Agosto del 1944.
Il nemico tenta di annientare la resistenza partigiana che, nella Val di
Posina, ha creato una zona libera minacciando le comunicazioni
dell’esercito tedesco nella Val d’Adige, Vallarsa e Valsugana.
L’11, il 12 e il 13 agosto 1944, una intera divisione di SS, reparti di
granatieri corazzati ed alpenjaeger, in tutto 1400 uomini armati di
cannoni, carri armati, autoblinde, rastrella la zona da Folgaria al
Pasubio, al Novegno con epicentro la Val Posina. Le perdite sono enormi,
soprattutto fra la popolazione civile inerme su cui i tedeschi si
accaniscono bruciando intere contrade, uccidendo e deportando in campi di
concentramento. Ma anche la forza partigiana dà il suo contributo di eroi.
Fra i tanti ricordiamo il bersagliere Faini Enrico (classe 1923), passato
nelle file della resistenza assieme ad un gruppo di ex militari.
Trovandosi con il distaccamento a guardia del Col di Xomo, in
combattimento offre la propria vita per la causa della libertà il 12
agosto 1944.
Dopo che la disastrosa situazione aveva rallentato le azioni nelle zone
della vallata, un’azione partigiana in località Priabona provoca la
reazione tedesca che porta ad un ennesimo rastrellamento dove trova la
morte il comandante Furia (Gasparotto Francesco, 1922). Egli si spense
l’11 dicembre 1944 e riceverà la medaglia d’argento al valor militare per
il superbo ed eroico comportamento con la seguente motivazione:
“Valoroso comandante partigiano, si prodigava con tutte le forze per il
trionfo della libertà, mettendo in luce elevate qualità di iniziativa, di
spirito di sacrificio e di ardore combattivo. Nel corso di un pesante
rastrellamento nemico, accerchiato con il suo reparto, si batteva
validamente e arditamente. Ferito e costretto alla immobilità, continuava
deciso la disperata lotta fino all’esaurimento delle munizioni. Al momento
della sua cattura, preferiva darsi la morte, anziché cadere in mano
nemica, generosamente sacrificandosi per la libertà della patria”.
Non tutti coloro che perdono la vita in questo periodo muoiono sotto il
piombo nemico, ma non per questo sono meno meritevoli di elogio.
Così dicasi di Tonon Giacomo (classe 1925) che, durante un rastrellamento
viene fatto prigioniero. Alla proposta di collaborare con le forze
nazi-fasciste, rifiuta con sdegno e viene deportato al campo di
concentramento di Dormutin in Germania, dove muore il 12 Aprile 1945.
Nonostante cominci a consolidarsi nella mente dei combattenti la certezza
di una vittoria finale, gli spostamenti delle pattuglie che si devono
muovere tra le maglie dei controlli fascisti si fanno sempre più
pericolosi. Il nemico non è da sottovalutare e anche la più piccola
indecisione può essere letale. Infatti, la morte del partigiano Casarotto
Silvio (classe 1920) è dovuta ad un’incertezza fatale. Dopo aver
effettuato un’azione di recupero di un avio-lancio sul Monte Novegno,
sulla strada del ritorno assieme ad un compagno, in contrada Coffre, si
imbatte in un tedesco e lo affronta con la pistola in pugno. Il tedesco
implora pietà, dice di essere un collaboratore dei partigiani, mostra una
ferita che a suo dire è stata provocata dalle armi fasciste. Il partigiano
Casarotto si avvicina per constatare la ferita. Non è crudele, non spara
sul nemico, il racconto può essere vero; altre volte Tedeschi avevano
disertato per unirsi a loro. L’esitazione è fatale. Il tedesco reagisce e,
scartata l’arma del patriota, estrae la propria e spara a bruciapelo, per
poi accanirsi sul secondo che, disarmato, si era tenuto un po’ distante.
Fortunatamente non colpisce il secondo bersaglio. Casarotto, pur ferito
gravemente, cerca di trovar salvezza nel bosco, ma viene raggiunto e
finito. E’ il 19 Aprile 1945. La morte del partigiano Casarotto spinge le
forze tedesche a presidiare la contrada Coffre. Nelle prime ore della
notte, il partigiano Frizzo Benvenuto (classe 1910) ha ordine di portare
una comunicazione al comando radio sito nei dintorni. I tedeschi sono in
molti e bene armati; hanno l’ordine di sparare a vista e, avvistato il
Frizzo, aprono il fuoco senza esitazione uccidendolo. E’ sempre il 19 di
Aprile 1945.
Le pattuglie di combattimento in montagna hanno sempre più bisogno di
aiuto e si rivolgono sempre più di sovente ai partigiani territoriali del
battaglione “F.lli Bandiera”.
Si arriva così a sabato 28 Aprile, vigilia della liberazione di Schio. Già
dal mattino Vicenza è liberata dalle forze partigiane. Sono le ultime
battute, ben presto anche i paesi della vallata dovranno affrontare
l’ultimo impatto coi nazi-fascisti. Dal comandante dei gruppi di patrioti
operanti nella frazione di Pievebelvicino, arriva l’ordine di raggiungere
la località Piani per prendere le armi li nascoste e prepararsi
all’attacco finale.
I tedeschi, ben consapevoli dell’imminente attacco, ordinano a numerose
pattuglie di inoltrarsi nelle località dove si presume siano raggruppate
forze partigiane, per assaggiarne l’eventuale consistenza. Due di queste
pattuglie, su indicazione delle vedette piazzate sulla cima del Monte
Castello, che avevano individuato un gruppo di partigiani in località
Piani (Pievebelvicino), si dirigono verso la contrada muovendosi a
tenaglia. Le giovani staffette della zona intuiscono il pericolo, ma non
arrivano a tempo per informare il gruppo che, nel frattempo, si è
incamminato per raggiungere il Monte Castello dove, in un bunker, avrebbe
prelevato le armi per il combattimento finale. Oltre al comandante, solo
alcuni sono armati di vecchi fucili. Scorti i tedeschi, prendono l’unica
strada possibile, la dispersione coperti dall’immediata azione del
capo-pattuglia che, aprendo il fuoco sul nemico, costringe questo a
fermarsi alcuni minuti, tempo prezioso che permette alla maggioranza dei
patrioti di mettersi in salvo. Appostatisi sotto la contrada i tedeschi
rispondono sparando ovunque. Viene colpito il proprietario della casa
Calli Antonio (classe 1891) del quale si ricorda la grande generosità e
ospitalità sempre dimostrate verso i partigiani. Dalla casa esce anche il
patriota Sandri Gaetano Arturo (classe 1908) che viene falciato da una
raffica. Il nemico si accanisce sull’abitazione e uccide, attraverso una
finestra, il patriota Pavin Giovanni (classe 1901).
Il mattino successivo, il 29 Aprile 1945, le formazioni partigiane
concentrate sui nostri colli iniziano l’avvicinamento a Schio in attesa
del segnale di attacco. A mezzogiorno, l’urlo delle sirene degli
stabilimenti di Schio dà questo segnale.
Il battaglione “Pietro Barbieri”, schierato sopra Magrè, ha il compito di
conquistare Magrè, scendere a Schio e, in un secondo momento, occupare
Pievebelvicino e S.Vito di Leguzzano.
Il battaglione territoriale “F.lli Bandiera”, assieme a parte del comando
di Brigata, si è già infiltrato a Schio per dirigere l’insurrezione.
Il battaglione “Ramina”, schierato ai Cappuccini, Valletta, Masi, ha il
compito di controllare la strada di Santorso ed entrare a Schio.
Il battaglione “Apolloni”, schierato a Poleo, Madeghe e Casalena, ha il
compito di annientare lo schieramento di SS alle falde del Monte Enna,
conquistare Torrebelvicino, scendere a Schio e, in un secondo tempo,
occupare la zone da Valli del Pasubio a Pian delle Fugazze.
Dalla zona di Magrè si ode una lunghissima raffica di fucili
mitragliatori; seguono altra raffiche. I tedeschi, disorientati, sparano
sui monti con l’artiglieria e le mitragliatrici. In breve il fragore della
battaglia diviene terrificante, reso più impressionante dall’urlo delle
sirene che continua. Gli scontri si susseguono.
In uno di questi, a Torrebelvicino in località Patrioti, trovano la morte
: Lino (Busato Silvio, 1914), instancabile partigiano, componente del
comitato di Liberazione di Torrebelvicino fin dalla sua costituzione e
prescelto alla carica di Primo Cittadino dopo la liberazione; e il
capo-pattuglia Burasca (Trentin Antonio, 1920 ), valoroso partigiano
operante con le forze della resistenza fin dalla loro costituzione. Essi
escono dal bosco e si avvicinano alla “VILLA”. Le informazioni dicono che
i tedeschi si sono ritirati dall’edificio, prendendo posizione sul cortile
per controllare la Strada Statale N°46. Invece, dall’interno
dell’edificio, dove una pattuglia di tedeschi non vista si era insediata,
esce inaspettatamente una raffica che colpisce i due partigiani. Siamo a
poche ore dalla liberazione.
Alle 16.50 il comando Germanico firma la resa incondizionata con l’unica
clausola che i reparti sanitari possano proseguire per il Trentino.
Alle 17.00 la battaglia è finita. I cittadini escono dalle proprie case:
Schio è uno sventolio di bandiere. S.Vito, Santorso, Poleo,
Torrebelvicino, Pievebelvicino, Valli del Pasubio sono tutti liberi. Le
campane a distesa annunciano la vittoria.


A.N.P.I. - Sezione di Torrebelvicino



P.s.: con questo sunto si vuole rendere omaggio a tutti coloro che in
ogni tempo e in ogni condizione
seppero mettere i valori della libertà e della democrazia
al di sopra di ogni cosa, persino della
incolumità propria e dei propri cari.
Comune di Torrebelvicino , 01/03/2004
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